FARE IL SINDACATO? FRA UN SUGO BRUCIATO E LE SPERANZE DI CHI TI HA ELETTO NELLA RSA




27 marzo 2014
Fare il sindacato? Fra un sugo bruciato e le speranze di chi ti ha eletto nella Rsa

La storia di Susy Cavone delegata aziendale della Filcams intervenuta all’11 Congresso Regionale della Cgil Puglia
Prima o poi arriva quel giorno in cui sei stanco e dici basta, pensi: mi dimetto da delegato sindacale. Basta con le rincorse telefoniche nelle ore più improbabili, fra un turno e l'altro, o fra una partita di calcetto e una lezione di danza dei figli, o mentre sei in fila alle casse del supermercato. Minuti, ore a parlare con i lavoratori, a cercare di capirli e talvolta anche a calmarli, col cordless poggiato sulla spalla mentre giri il sugo, che puntualmente si attaccherà. Chi me lo fa fare a pensare alla riunione del giorno mentre guardi, assente, la tv nel salotto di casa. E poi corri a leggere il CCNL per cercare una clausola necessaria a salvare quel lavoratore dalla sua lettera di contestazione. Ma poi un giorno arrivi in un impianto, che non è il tuo, per sostituire un collega ed incontri Maria, la più allegra del gruppo, che oggi sembra davvero molto incazzata per una lettera di contestazione ricevuta dall'azienda. Motivo: ha portato un dolce in mensa per festeggiare il suo compleanno.
Ehi Susy, mi dice, domani chiamo il sindacato e facciamo casino. Maria non fa parte della Filcams ma io glielo devo ricordare che nel cambio d'appalto l'azienda le ha fatto firmare un foglio nel quale lei s'impegnava a non portare da casa e a casa nessun alimento, pena il licenziamento. Le consiglio di chiamare comunque il suo sindacato per informarlo, ma che in fondo è meglio incassare quella lettera, oltretutto la prima in venti anni di lavoro. No, non è giusto ricevere una contestazione per aver voluto festeggiare un compleanno, ma quel foglio esiste e lei, per l'azienda, è in torto. Maria non ricorda d'aver firmato nulla e fra il deluso e l'arrabbiata non mi parla per tutto il turno. E va bene, penso, le ho solo detto le cose così come stavano; l'azienda non necessariamente deve avere torto. Il giorno dopo però mi chiama proprio Maria, dice che vuole iscriversi alla Filcams. Io sono contenta ma un po' basita, in fondo non le avevo detto ciò che avrebbe voluto sentirsi dire. Ma lei mi risponde che ero stata solo sincera, corretta e precisa, perché poi a casa l'ha trovato quel foglio sottoscritto anni prima. Mi strappa un sorriso, non sa che questi sono giorni nei quali sto pensando di dare le dimissioni da Rsa. Così mi vengono in mente le mie lotte, quando ancora non ero una delegata, per ottenere l'agibilità di un bagno all'interno della mensa, «come da normativa vigente» dissi al mio responsabile; per avere quella bottiglietta dell'acqua durante il turno lavorativo, prevista nel vitto «come da contratto da noi sottoscritto»; o di quella volta che mi rifiutai d'utilizzare gli acidi per la manutenzione dei macchinari, perché in mensa non c'erano ancora i dispositivi di protezione individuale. E allora penso: sì, continuo. Per me, per Maria e tanti altri: se i lavoratori m'hanno eletta Rsa dieci anni fa non sarà poi stato per caso.


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