La festa è finita
Famiglia Cristiana (04/05/2012)

«Senza la domenica non possiamo vivere». A dirlo furono già nel quarto secolo i martiri di Abitene ricordati da Benedetto XVI perché parlino ancora all'uomo d'oggi, Era Vanno 304: l'imperatore Diocleziano da tempo aveva proibito ai cristiani, sotto pena di morte, di possedere le Scritture e riunirsi la domenica per celebrare l'Eucaristia.
Ma nella piccola località dell'attuale Tunisia 49 persone avevano sfidato i divieti imperiali.
Arrestati e condotti a Cartagine per essere interrogati, dopo atroci torture furono uccisi.
Fino alla fine avevano ripetuto al proconsole che gliene domandava la ragione quella frase sulla quale varrebbe la pena di riflettere non solo da cristiani, ma più semplicemente da uomini e donne di un tempo in cui la domenica e la festa rischiano di perdere ogni senso perché, come ha scritto il Papa, «il mondo in cui ci troviamo, segnato spesso dal consumismo sfrenato, dall'indifferenza religiosa, da un secolarismo chiuso alla trascendenza, può apparire un deserto». Se la festa finisce e la domenica rischia di diventare un giorno come un altro (una realtà che emerge dagli approfondimenti di queste pagine) non sarà sufficiente a consolarci la possibilità di acquistare un paio di calze in ogni momento del giorno e della notte perché avremo rinunciato a quel settimo giorno che dà significato a tutti gli altri, in un continuo rimando tra tempo del lavoro, della festa e soprattutto della famiglia, i temi su cui cí invita a riflettere il prossimo VII Incontro mondiale delle famiglie (Milano, 30 maggio 3 giugno). È urgente per tutti politici compresi cominciare a farlo.


Parlano una mamma e un papà costretti a lavorare anche nelle medesime domeniche. Il desiderio di stare in famiglia. Condiviso dai promotori della giornata europea "Liberate le domeniche!".

È inutile dire che oggi chi ha un lavoro non può certo lamentarsi. E lo sanno bene Giovanni e Silvia, marito e moglie pugliesi di 40 e 35 anni: «Lavoriamo da circa 15 anni nella grande distribuzione. Io sono responsabile di un punto vendita di elettrodomestici. Silvia è cassiera in un noto ipermercato». C'è stato un tempo in cui i centri commerciali prevedevano numerose aperture domenicali ma erano considerate giornate di lavoro straordinario e pagate come tali. Chi rinunciava al riposo settimanale poteva, per lo meno, aumentare sensibilmente le proprie entrate, cosa che poteva far comodo anche a Giovanni e Silvia, che sette mesi fa sono diventati genitori di Mattia: «Ma con la sua nascita, sentiamo, ancora più di prima, l'assurdità dei giorni di festa senza riposo. Mia moglie lavora una domenica sì e due no, per fortuna in paese e vicino a casa. Io, che ci metto circa 45 minuti per raggiungere il negozio, sono impegnato tutte le domeniche». Diventata mamma Silvia ha ottenuto il part-time ma, insieme, anche un nuovo contratto in cui la domenica non è più giornata di lavoro straordinario. Giovanni, che lavora a tempo pieno, la domenica ha un aumento
della paga giornaliera del 30%. «Per me resta il giorno da dedicare alla famiglia. Vorrei stare con Silvia, godermi Mattia e andare a Messa con loro. A volte, tra l'altro, lavoriamo entrambi e dobbiamo lasciare il bambino alla zia o alla nonna. Come se non bastasse gli orari al Sud prevedono, in settimana, la chiusura alle 10 di sera. In tal modo arrivo a casa poco prima delle 11 e va a finire che vedo mio figlio solo al mattino».
Per questi lavoratori si tratta di una vera e propria emergenza, tale da dar vita lo scorso 4 marzo alla giornata europea "Liberate le domeniche!" a cui hanno aderito i sindacati, oltre alle associazioni civili e religiose e ai rappresentanti delle Chiese europee. In prima fila anche Elena Maria Vanelli, componente dello staff Fiscat-Cisl nazionale: «La situazione
è drammatica: ho in mente una delegata che, durante una recente assemblea, ha preso la parola per dire che ha una sola figlia, poiché non può permettersene altre, ma la cosa che la rattrista di più è che non può vederla crescere. Sono i nonni che la guardano giocare a pallavolo tutte le domeniche quando sia lei che suo marito sono costretti a lavorare».
Dal puntuale racconto della sindacalista, che opera nella zona di Monza e Brianza, apprendiamo che i permessi per te aperture domenicali sono materia assai complessa e che per la somma di numerose regolamentazioni alcuni punti commerciali riescono a rimanere aperti tutto l'anno. «Fino a circa cinque anni fa la giornata di riposo era quella domenicale ed era riconosciuto lo straordinario a chi lavorava in quei giorni. Oggi i contratti part-time, che riguardano soprattutto le donne, prevedono la domenica lavorativa». E negli altri casi anche se il contratto nazionale dice che il lavoratore è impegnato a programmare con l'azienda il 30% delle aperture straordinarie, in realtà non è sempre così. «La liberalizzazione sta cambiando tutto. Il nostro massimo impegno è difendere almeno il limite previsto dal contratto nazionale e verificare con le aziende la sua applicazione. Lo facciamo perché crediamo nella libertà del riposo e nella libertà sociale. Tutti hanno il diritto ad avere una giornata da dedicare alla famiglia, alla religione e alla socializzazione».
In Gran Bretagna è nata Keep Sunday
Un'associazione di Chiese cristianeper difendere la domenica. Un milione di famiglie al lavoro.
per Kevin Flanagan, sindacalista cattolico, l'apertura dei negozi alla domenica, cominciata in Gran Bretagna nel 1995, a danneggiato la vita familiare di molti ed eroso l'umanità del lavoro in nome di un'economia che pensa soltanto al profitto. In più i un milione di case in Inghilterra un genitore lavora sia sabato che domenica.
«Ci sono famiglie con cui entro in contatto che si incontrano soltanto una volta ogni tre settimane, alla domenica, perché il marito o la moglie fanno i turni durante il weekend», spiega Flanagan. «A volte sono a casa durante la settimana, ma i figli sono a scuola», continua il direttore del St. Antony's Centre di Manchester, l'unico centro del Regno Unito che diffonde la dottrina cattolica nel posto di lavoro. Quella per mantenere la domenica una giornata speciale è stata una lunga battaglia che la Chiesa cattolica e quelle cristiane stanno perdendo benché Keep Sunday ("Mantieni la domenica speciale"), l'associazione alla quale hanno dato vita nel 1995, abbia ottenuto che i negozi aprano soltanto per sei ore durante il giorno festivo.
«Si era detto allora che si trattava di una prova, in realtà ci stiamo muovendo verso una società a 24 ore», spiega Flanagan. «Per contratto molti lavoratori nel 1995 avevano il diritto di non lavorare alla domenica, mentre oggi non hanno scelta. In passato chi lavorava alla domenica veniva pagato di più o addirittura il doppio. Oggi questo non accade, benché il Regno Unito abbia uno degli orari di lavoro più lunghi tra tutti i Paesi europei. La società ne è stata trasformata perché oltre ai commercianti sono coinvolti anche altre figure legate a questo settore: gli autisti che distribuiscono le merci, gli agenti di sicurezza, la polizia e i vigili. La gente si abitua a fare la spesa alla domenica anche se non è assolutamente necessario».
Fra l'altro è di questi giorni la decisione del premier David Cameron di consentire ai negozi di aprire per 24 ore, ìn occasione delle Olimpiadi, per otto domeniche consecutive, un altro passo, secondo Flanagan, che va verso una decisione definitiva sulle 24 ore non stop di commercio contro cui si battono le Chiese cristiane. «La Chiesa cattolica è molto preoccupata di questo», continua il sindacalista. «Abbiamo bisogno di un giorno alla settimana nel quale ci riposiamo, mentre la tendenza in questo momento è che le persone trascorrano periodi sempre più lunghi sul posto di lavoro senza essere pagate. Si erode in questo modo il piacere che si trae dal nostro impiego, aumenta lo stress e inoltre la produttività diminuisce».

In Francia la regola è il riposo
I sindacati e l'opinione pubblica sono contro l'apertura generalizzata dei centri commerciali, nonostante il parere favorevole di Sarkozy.
\icolas Sarkozy all'inizio dell'attuale campagna elettorale era favorevole a un'apertura generalizzata dei centri commerciali. Poi, su pressione dell'opinione pubblica, ha fatto marcia indietro». In Francia la domenica lavorata ha vita dura, come conferma Joseph Thouvenel, il numero due della Con fédération francaise des travailleurs chrétiens, il principale sindacato di ispirazione cristiana. «Da noi la regola è il riposo domenicale, a eccezione del trasporto pubblico, della sicurezza, delle attività culturali e di quelle di ristoro. La legge consente anche, con il permesso delle municipalità, l'apertura domenicale per massimo cinque domeniche all'anno, di solito in Avvento».
L'eccezione è rappresentata da alcune zone delle aree metropolitane di Parigi, Lilla e Marsiglia, dove l'apertura domenicale è la regola. «Oggi il dibattito verte sull'apertura delle grandi superfici commerciali, in quanto i piccoli esercizi come i panettieri o i macellai hanno già il diritto per lunga tradizione di essere aperti la domenica». Tradizione
che risale addirittura al Medioevo e di cui i francesi sono gelosi: «Potrebbero anche tenere aperto la domenica pomeriggio ma tutti vogliono restare in famiglia».
La questione della domenica riposata in Francia trova ampi consensi: «Non solo il mio, che è d'ispirazione cristiana, ma anche gli altri sindacati vogliono proteggere la vita familiare domenicale. La politica? Moltissimi deputati della maggioranza di destra sono a favore e la sinistra non è da meno, anzi», conferma il sindacalista. Le motivazioni che sostengono uno spettro così ampio della vita civile francese sono diverse: «L'aumento di fatturato dev'essere subordinato alla vita familiare, associativa, personale e spirituale. L'essere umano ha una dimensione ulteriore rispetto a quella materiale e la domenica dev'essere il tempo collettivo per ricordarlo a tutti». Anche economicamente non c'è convenienza: «Il lavoro domenicale non aumenta il fatturato solo perché spalma il reddito familiare disponibile su sette giorni invece che su sei. Lo ha confermato di recente la direzione della grande catena di supermercati Leclerc, contraria alla liberalizzazione». Su questo i francesi si dividono: «I 35-50enni, con il maggior carico familiare, sono i più contrari all'apertura domenicale. Mentre chi ha più tempo, anziani e giovani, è favorevole: per loro il centro commerciale è uno svago».
In Germania pochissime deroghe
Con l'appoggio unanime delle Chiese e dei sindacati tedeschi, il riposo festivo è sacro. Fa eccezione, ma in senso ancora più restrittivo, la Baviera. Riguardo al lavoro festivo la situazione tedesca è in parte simile a quella italiana, con la differenza però che in Germania le restrizioni legali al lavoro domenicale sono più stringenti perché di norma non è consentito tenere aperto il proprio esercizio la domenica se non per particolari esigenze, come il mantenere gli altiforni in attività, o per i servizi di ristorazione». Bernhard Hauer, console generale aggiunto presso il Consolato di Germania a Milano, sembra fiero della situazione sul lavoro domenicale e festivo nel suo Paese, che si mantiene fermo alle tradizioni senza indulgere troppo alle sire ne della globalizzazione. «Per BERNHARD quanto riguarda gli esercizi commerciali, la legge tedesca ammette ben poche deroghe al riposo domenicale e situazioni come quelle che si vedono comunemente a Milano, dove molti ipermercati sono aperti anche di domenica, da noi sono quasi impossibili», aggiunge. Chi si trova in Germania nei giorni festivi, dunque, è avvertito. Dal 2006, anno della riforma federale, la decisione sugli orari di apertura degli esercizi commerciali è diventata di competenza regionale e i singoli Under possono prevederne l'apertura al massimo per quattro domeniche all'anno. Per il resto, con l'appoggio incondizionato e unanime delle Chiese e dei sindacati tedeschi, il riposo festivo è sacro.
Fa eccezione, ma in senso ancora più restrittivo, la Baviera in cui, ad esempio, come succede del resto in tutta la fascia dolomitica fino a Bolzano, la vigilia di Natale i negozi chiudono inderogabilmente alle 14. Alla faccia dei ritardatari dei regali.
Il motivo di una legislazione così restrittiva risiede in quanto prevede l'articolo 139 della Costituzione tedesca: «La domenica e gli altri giorni di riposo stabiliti dallo Stato sono da considerarsi tutelati per legge come giorni di riposo dal lavoro e di edificazione dell'anima». «Una situazione particolare riguarda Berlino», riprende Hauer, «dove l'amministrazione locale tende a essere più generosa con l'apertura domenicale». Lì la legge ha cercato di far passare l'apertura dei negozi nelle domeniche di Avvento e in molte altre occasioni. La Corte costituzionale tedesca, nel dicembre 2009, HAUER. è stata però inflessibile e ha bocciato l'iniziativa, con il plauso della Chiesa: «La sentenza rafforza una cultura di matrice cristiana del riposo domenicale.
Il ritmo di lavoro e riposo è importante per la società e per ogni singolo cittadino», si legge nel comunicato stampa della Conferenza episcopale tedesca dell'epoca. «Le grandi catene di supermercati premono per liberalizzare l'apertura nei giorni festivi ma trovano una notevole resistenza in una vasta fetta di popolazione, nei sindacati e nelle stesse Chiese e i partiti, a eccezione dei liberali, non spingono per un'ulteriore liberalizzazione», conclude il console.


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