La festa non ferma lo shopping ma fuori dal centro serrande giù
La Repubblica (04/26/2012)

Milano - L´eco dei tamburi che arriva dal corteo incuriosisce le commesse: e loro, con discrezione, si affacciano dagli ingressi delle boutique del lusso. Voglia di essere alla manifestazione? Domanda imbarazzante. Molte glissano, solo qualcuna osa: «Certo che sì, ma con i tempi che corrono devi pensare a conservarti il posto di lavoro».
In centro e nel quadrilatero della moda, ma anche in corso Vittorio Emanuele e nelle strade più commerciali di Milano, i negozi sono quasi tutti aperti. L´appello del sindaco a tenere la saracinesca abbassata per celebrare la Liberazione, sostenuto anche da Confcommercio, è caduto per lo più nel vuoto. Pisapia stesso l´ha presa con filosofia: «Tanti negozi aperti? Non mi sembra proprio. Speriamo comunque che, percentuali a parte, col tempo si possa trovare una convergenza». In centro ha prevalso la logica del business: «Le boutique vanno aperte per accogliere gli stranieri» ricorda Guglielmo Miani, presidente dell´Associazione di via Montenapo. La strada del lusso ha fatto il pieno di negozi aperti, ma il bar Cova ha dato forfait: mentre il corteo attraversava il centro, niente tè con pasticcini nel salotto buono di Milano. Grande afflusso di gente nelle boutique ma in realtà pochi sacchetti griffati all´uscita, il vero termometro dello shopping.
Diverso il panorama in corso Vittorio Emanuele, dove Cgil, Cisl e Uil distribuivano volantini per boicottare gli acquisti. Un´operazione sostenuta anche dal segretario generale Susanna Camusso, che ha fatto un rapido blitz fuori dal corteo per dare il suo sostegno. E la segretaria di Filcams-Cgil, Graziella Carneri, commenta: «Non tutti hanno raccolto l´appello ma il dibattito, che è culturale prima che commerciale, è aperto». Paolo Croce, autotrasportatore di 55 anni con un volantino in mano, semplifica a modo suo: «Qui vogliamo fare gli americani con i negozi aperti tutto l´anno, ma siamo in Italia. E il 25 aprile va celebrato con i negozi chiusi». Un appello rimasto inascoltato anche in corso Buenos Aires: clima da sabato pomeriggio, praticamente tutte le serrande alzate. «Chiudere significa dirottare la gente fuori città, verso il Fiordaliso e il Vulcano» dice Gabriel Meghnagi, presidente di AscoBaires. E Salvatore Ricotta, 22 anni, che insieme al fratello gestisce un negozio di calzature, sottolinea: «Questa è una festa importante, ma noi dobbiamo affrontare spese per sostenere l´azienda. Un giorno in più o in meno incide sul fatturato». E Laura, 28 anni, che si gode lo shopping con la madre, aggiunge: «Le festività in Italia, tutte, ormai sono poco sentite». Non la pensano così Paola e Valentina, precarie: «Meglio chiudere, anche per rispetto dei commessi». Molti dei quali, però, sono lì proprio per ricevere compensi maggiorati.
Fuori dai distretti del grande shopping, però, si va subito sottotono. Come in corso Vercelli e in Magenta: a parte Coin, Stefanel e Benetton, molti negozi storici non hanno aperto. Chiusa Ercolessi, la famosa rivendita di penne, così come la boutique Via Tivoli. Normale giornata di lavoro, invece, per il camiciaio Gemelli: «Noi rendiamo viva la città, è assurdo chiederci la chiusura» dice il proprietario Sergio Gemelli. Che ammette: «Le vendite sono inferiori alla media, la gente è partita per il ponte». Commesse all´opera anche nella boutique Mortarotti, ma, assicurano, «resteremo chiusi il primo maggio». Scenario simile in corso XXII Marzo. Dove uno dei pochissimi aperti è Libero Milano, abbigliamento: «Non chiudiamo mai, le festività non ci interessano. Vendiamo e l´azienda va bene».


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